—Hai ragione, Omar, Olà! drizzate la prua a quel seno, gridò Dàud.
La barca s'accostò alla riva destra passando fra numerosi bassifondi semi nascosti da piante di loto galleggianti, e andò a gettar l'ancora nel luogo designato, in una insenatura contornata da grandi tamarindi che si curvavano graziosamente sulle acque.
—Odimi bene, Dàud, disse Omar, passandosi fra le pieghe della fascia un paio di pistole e un jatagan. Tu rimarrai qui colla tua barca, nè ti muoverai senza mio ordine. Passeranno due, tre, quattro o forse più giorni senza che io mi faccia vedere, ma non dartene pensiero, Servimi bene e io pagherò da principe te e i tuoi battellieri.
—Sono due anni che noi ci conosciamo e ciò basta. Mi offrissero mille talleri per noleggiare il mio naviglio, rifiuterò sempre. Se tu, poi avrai bisogno d'aiuti, vieni da me e metterò a tua disposizione i miei uomini e la mia scimitarra.
—Grazie, Dàud, disse il negro, commosso. Abd-el-Kerim ti sarà riconoscente.
Fece gettare una tavola fra la barca e la riva e discese a terra, tirandosi sugli occhi il cappuccio Dato uno sguardo al paese circostante che appariva deserto prese un sentiero che costeggiava il fiume, ombreggiato da una parte d'alti alberi e dall'altra d'alte canne e si diresse a rapidi passi verso Quetêna.
Man mano che si avanzava, il paese cangiava aspetto e si popolava come per incanto. Alle foreste si succedevano rigogliosi campi di durah, d'orzo e di miglio, in mezzo ai quali andavano e venivano bande di schiavi occupati alla raccolta o alla mietitura e che rompevano il silenzio con bizzarre e selvagge canzoni che si ripercuotevano sulle rive opposte del fiume, sempre coperte da boscaglie. Qua e là apparivano dei tugul di paglia dalla cui sommità o dai fori laterali sfuggivano getti di fumo, e più lontano delle zeribak occupate da mandrie di vacche. Di tratto in tratto piccole carovane si mostravano fra le piantagioni, alcune in riposo coi cammelli inginocchiati che sbadigliavan sotto i torbidi raggi solari e altre in movimento, accompagnate dal dolce tintinnìo dei campanelli appesi al collo o alla fronte degli animali.
Omar si diresse verso un tugul sotto la cui rekùba (tettoia) stava indolentemente sdraiato su di un angareb un giovane sennarese che dall'aspetto pareva un barcaiuolo. Egli si sedette vicino a lui e dopo di avergli inviato, come è l'abitudine, il saluto, gli chiese:
—Sei di Quetêna?
—Sì, rispose il sennarese, senza muoversi. Omar estrasse un pugno di parà e glieli gettò nella farda. Il sennarese lo guardò sorpreso, ma senza aprir bocca e li raccolse meccanicamente.