—Nulla, ho sostenuto il cammello che stava per inciampare contro un sasso.

—Uh! fe' il greco. Non so come un sasso possa trovarsi fra questi terreni.

La conversazione finì li. I due mahari che avevano per un istante rallentata la corsa, la ripresero più velocemente salendo e discendendo le colline cosparse d'erbe spinose chiamate dagli indigeni alfèh, arse dai cocenti raggi del sole equatoriale.

La pianura, rotta qua e là da radi ed intristiti palmizi e da qualche torrente pantanoso, andava allora allargandosi fiancheggiata all'est dalle selve che seguono il Bahr-el-Abiad nel tortuoso suo corso e all'ovest da piccole catene di montagne, dietro le quali giganteggiavano i monti Arab, Mussa, Scemela e Mantara.

A mezza notte avevano già percorso più di mezza via, e stavano per rallentare la corsa per dare un po' di riposo ai due animali, quando in lontananza scoppiò improvvisamente una detonazione.

Abd-el-Kerim a quello scoppio sussultò.

—Hai udito, Notis? chiese egli, staccando dalla sella il remington.

—Distintamente, amico mio, rispose il greco senza scomporsi.

—Può essere qualcuno che corre un pericolo.

—E può essere stato anche un cacciatore.