—Peggio per lui. Non possiamo esporre le nostre vite per soccorrere uno sconosciuto. Vieni con me Fathma, spicciamoci a guadagnare il fiume.
L'almea scosse il capo.
—Aiuto!… Aiuto!… ripetè la voce lamentevole.
—Non è possibile abbandonare così un povero uomo, Omar, disse Fathma. Accada ciò che vuole, io vado a soccorrerlo. Forse quell'uomo può esserci ancora di qualche utilità, forse… Vieni, io lo voglio!
Vi era tanta autorità in quel comando che Omar non ardì opporsi altro. Uscirono dalla macchia e si slanciarono di corsa verso il luogo ove erasi udita l'invocazione disperata.
Cinque minuti dopo giungevano in una piccola radura circondata da bauinie. Là in mezzo eravi un leone che si dibatteva nelle ultime convulsioni della morte, colla testa bruttata di sangue a pochi passi da lui stava sdraiato per terra un bel negro, di statura alta colle braccia e le gambe ornate di anelli d'oro, un ricco turbante ricamato d'argento sul capo e una farda rossa avvolta intorno al corpo. Gemeva lugubremente e colle mani stringevasi fortemente la gamba destra scarnata fino all'osso. Un torrente di sangue nero e spumoso sfuggiva a rapide pulsazioni dall'enorme ferita.
Appena egli scorse Fathma e Omar si rovesciò all'indietro raccogliendo un pistolone che puntò rapidamente verso di essi.
—B'Allai! (perdio!) bestemmiò egli facendo fuoco.
La palla andò a forare il fez di Omar, un pollice appena sopra la testa. Fathma puntò il fucile verso il ferito.
—Se ti muovi ti ammazzo come un cane! diss'ella con un tono di voce da non mettere in dubbio la minaccia.