Le grida selvaggie dei ribelli e il fragore della daràbuka[1] soffocarono la sua voce e le imprecazioni di Omar che si dibatteva furiosamente insanguinandosi i polsi. Erano perduti.

[1] Sorta di tamburone.

Già un uomo si avvicinava con un tizzone per mettere fuoco alla pira, già i ribelli alzavano le lancie per saettare i corpi dei due prigionieri, quando si udì una voce tonante, imperiosa, gridare:

—Fermi tutti! voi abbruciate la favorita di Mohamed Ahmed!

Lo scièk Abù-el-Nèmr era improvvisamente apparso sul sentiero, portato a braccia da quattro guerrieri, I ribelli, nello scorgerlo col volto contraffatto dall'ira, e nell'udire quelle parole, si erano arrestati come pietrificati, guardando con occhi smarriti ora il loro capo e ora i due prigionieri che tendevano le braccia verso il salvatore.

Abù-el Nèmr con un gesto imperioso li fece cadere tutti in ginocchio col volto nella polvere.

—Sciagurati! esclamò egli. Liberate la favorita del vostro signore e ringraziate Allàh che m'abbia fatto giungere in tempo per salvarvi dalla vendetta dell'inviato di Dio!

Il guerriero d'alta statura che aveva ordinato il supplizio si avvicinò umilmente ai due prigionieri e tagliò i loro legami. Egli s'inginocchiò quindi dinanzi a Fathma baciandole i piedi.

—Perdono! perdono! balbettò con voce tremante.

L'almea, lo rialzò con un gesto da regina.