—Olà! gridò in quella uno dei negri, fatevi da un lato che malmeneremo noi quei cani di ribelli. Su i fucili! Fuoco!
Una scarica formidabile seguì il comando. Cinque ribelli vuotarono sconciamente l'arcione insanguinando le sabbie. Gli altri, dopo di aver un momento esitato volsero le briglie dandosi a precipitosa fuga fra una densa nube di polvere.
—Là, così va bene, ripigliò con accento allegro la medesima voce di prima. Ohe! fatevi innanzi senza paura, che non siamo Abù-Ròf, noi.
Fathma e Omar, ancora sorpresi da quell'inaspettato soccorso, si affrettarono a raggiungere i loro salvatori. Erano quindici uomini semi-nudi, d'alta statura, magri e ossuti. Riconobbero subito in quelli dei giallàba, trafficanti dongolesi che viaggiano tutto il tempo dell'anno pel Kordofan portando durah e maiz, infaticabili camminatori dotati di una frugalità eccessiva. Basta un pugno di grano ogni ventiquattr'ore per accontentare quei negri, che sanno però, quando si presenti loro l'occasione, divorarsi un montone intero in due o tre persone.
Il loro capo aiutò galantemente Fathma a discendere da cavallo baciandole la mano.
—Posso chiamarmi fortunato di aver salvato una così bella araba, diss'egli, sorridendo. M'immaginai subito che quei cani di ribelli ti dessero la caccia. Sei ferita?
—Niente affatto, mio bravo giallàba, rispose Fathma. Lascia che io ti ringrazi d'avermi salvata.
—Non corriamo troppo, tu non puoi chiamarti ancora salva.
—Cosa intendi di dire? esclamò l'almea sorpresa.
—Credi tu che i ribelli non tornino alla carica? Non sarei sorpreso se fra un paio d'ore ci vedessimo capitare addosso un due o trecento di loro.