Gettò uno sguardo sul colossale cadavere del negro, stette alcuni istanti in ascolto, poi, assicurato dal funebre silenzio che regnava nel palmeto, ripresa la scimitarra e le vesti, si allontanò a rapidi passi dirigendosi verso il campo.

CAPITOLO XIV.—L'appuntamento

Il campo si era già addormentato da un bel pezzo, quando Omar, tutto trafelato per la lunga corsa, giungeva alla tenda.

Fathma, sdraiata sulla coperta, col capo appoggiato su di uno zaino, dormiva tranquillamente e O'Donovan vegliava accoccolato presso di lei, fumando una sigaretta e leggendo alcune note del suo libriccino al vacillante chiarore di una torcia resinosa infissa nel suolo.

Al rumore che fece il negro entrando, il reporter alzò il capo.

—Finalmente, diss'egli. Dove sei andato?

—A dire due parole ad un soldato mio amico, disse Omar con aria imbarazzata. Come sta Fathma? Ebbe ancora il delirio?

—No, e spero non delirerà più.

La conversazione cadde lì, il negro e il reporter si sdraiarono a terra, l'uno accendendo il suo scibouk e l'altro ripigliando la lettura del suo notes.

La notte, sotto la tenda passò abbastanza tranquilla. Fathma si svegliò due o tre volte in preda al delirio, ma fu cosa da poco. Nell'accampamento invece vi furono parecchi allarmi, molti colpi di fucile ed anche un attacco da parte degli insorti che fu respinto dalla carica di uno squadrone di basci-bozuk e dal fuoco delle mitragliatrici.