—Sì, e la scimitarra di un uomo che ha il braccio di ferro.
—Avrei forse un rivale? Abd-el-Kerim, tu sai qualche cosa e cerchi nascondermelo.
—Non so nulla.
—Tieni a mente che io amo di già Fathma come tu ami Elenka, e forse io l'amo più ancora di te.
—Zitto, Notis, non parliamone più. È tardi, e io ho sonno.
—Eh! per Allàh! Vorrai bene dirmi qualche cosa prima.
—Non mi caverai una parola di bocca nemmeno colle tenaglie. Buona notte, amico mio. Vado a dormire nella mia tenda e tu va nella tua che trovasi a pochi passi da quella del pascià.
L'arabo non aggiunse una sillaba di più e lasciò lì Notis, dileguandosi fra le tenebre col suo mahari.
—Un rivale! esclamò il greco con mal repressa ira. E chi potrebbe mai essere?
Rimase un istante lì, pensieroso, cupo, tormentando l'impugnatura della scimitarra, poi si cacciò in mezzo alle tende e ai fasci dei moschetti, traendosi dietro il suo animale. Dopo dieci minuti s'arrestava dinanzi alla sua tenda, sulla cui entrata russava un nubiano colossale del più bel nero.