O'Donovan e i suoi compagni, scalarono intrepidamente i cumuli dei cadaveri dal disotto dei quali sfuggivano torrenti di nero sangue, e giunsero là, ove era caduto il pascià.

In sulle prime, fra i vortici di fumo non iscorsero che un cavallo riccamente bardato che s'impennava nitrendo, ma poi in mezzo ai cadaveri dello Stato Maggiore, steso sul dorso, colle braccia incrociate sotto la testa scopersero l'infelice pascià.

O'Donovan, coi capelli irti, tremante, pallido, inondato di freddo sudore, si curvò su di lui e l'alzò. Il pascià aveva la faccia marmorea e alterata, la barba irrigata dal sangue che eragli uscito dalla bocca e la tunica forata da due palle.

—Gran Dio! balbettò il reporter. È morto.

Balzò in piedi, afferrò Fathma per una mano e disse:

—Fuggiamo o siamo perduti.

—Ma dove? chiese l'almea pallida di terrore.

—Ho visto una rupe laggiù. La scaleremo.

—Ma il nemico circonda il quadrato.

—Non importa, venite o sarà troppo tardi. Vieni, Omar.