Ogni qual tratto una scheggia staccavasi dalla rupe e rotolava al basso facendo guizzare Fathma e il reporter che seguivano con viva trepidazione e col cuore sospeso l'ardita manovra del negro. Qualche volta era invece un ramo che spezzavasi e si vedeva Omar dondolarsi sopra l'abisso, sospeso ad un ramoscello o ad una semplice radice.
Dopo cinque minuti di sforzi incredibili, lo schiavo riuscì a raggiungere la prima piattaforma che trovavasi a mezza altezza della rupe.
Legò la fune ad un grosso macigno e gettò l'altro capo ai compagni che se ne impadronirono vivamente.
—A voi Fathma, disse il reporter, dominando colla sua voce il rombo dei cannoni, lo scrosciare delle folgori, le urla dei ribelli e le grida strazianti dei moribondi. Presto, presto o sarà troppo tardi.
Fathma non se lo fece dire due volte. Afferrò la fune e si issò nell'aria raggiungendo Omar.
—O'Donovan! gridò poi.
La sua voce fu coperta da urla terribili. I ribelli avevano sfondato il quadrato e macellavano spietatamente gli egiziani che si erano addossati ai cavalli ed ai cammelli.
—O'Donovan! ripetè Fathma.
Il reporter s'avvinghiò alla fune e si issò malgrado le palle che grandinavano fitte fitte. Era giunto a mezza altezza quando fu colpito alla testa da una scheggia di mitraglia. Mandò un grido disperato.
—Sono morto!