CAPITOLO I.—I prigionieri.
La mattina del 15 maggio 1883, una straordinaria agitazione regnava fra le innumerevoli orde dal Mahdi Mohammed Ahmed, accampate in una immensa e sabbiosa pianura, a corta distanza da El-Obeid la capitale del Kordofan.
Dal tugul, dalle tende, dalle zeribak, dalle tettoie e dalle hose[1] uscivano, vociferando a tutta gola, guerrieri vestiti con stoffe variopinte o semi-nudi, o nudi affatto, slanciandosi all'impazzata fra i cannoni, fra i fucili stretti in fasci, fra i cammelli e i cavalli che ingombravano il campo.
[1] Cortili chiusi fra capanna e capanna.
Ora passavan turbe di Baggàra Salem, guerrieri d'alta statura, di forme massiccie, dalle fisonomie feroci, coi cappelli intrecciati e ornati di pezzetti di ambra e di conterie di Venezia; ora di Baggàra Hamran montati su buoi e coi corpi spalmati di grasso di cammello e riparati dietro grandi scudi convessi e coperti di pelle d'antilope; ora di Abù-Rof, bella gente dalla tinta bronzina, lineamenti fieri, il petto racchiuso da scintillanti cotte di acciaio e il capo difeso da un elmetto nasale; ora di guerrieri del Beni-Gerar, terribili predoni propri del Darfur, colle membra cariche di anella d'avorio o di rame; poi attruppamenti di beduini Kababich in uniforme bianca, di negri Megianin, di Aulad-el-Behr, di Hababin; ondate di Sennaresi, di Nubiani, di Arabi, di Scilucchi, di Basci-bozuk rinnegati, tutti armati chi di remington tolti agli egiziani nella sanguinosa battaglia di Kasghill, chi di moschettoni a pietra o a miccia, chi di lunghe spade dritte a due tagli, chi di scimitarre di tutte le lunghezze e larghezze, o di lancie, o di mazze, o di scuri, o di coltellacci, o di randelli ferrati.
Tutti quei guerrieri che parevano impazziti, si dirigevano di corsa verso le trincee che difendevano il campo dal lato meridionale e vi si affollavano confusamente sopra, urtandosi, atterrandosi, bisticciandosi per arrivare primi. Mille e mille domande s'incrociavano per l'aria formando un baccano assordante che veniva smisuratamente ingrossato da un furioso strepitare di noggàra[1] e di darabùke, da un rullare di tamburi egiziani e da uno squillare acuto di mille bizzarri istrumenti musicali.
[1] Noggàra e darabùke, sorta di tamburoni di legno scavato che vengono percossi con delle mazze.
—Ma siete sicuri che verranno? chiedevano gli uni.
—Ma sicurissimi, rispondevano gli altri.
—Avete veduto il cavaliere che recò la notizia?