Per alcuni istanti nella capanna regnò un profondo silenzio, rotto solamente dagli scoppiettii del braciere che arrossava gli istrumenti di tortura.
Pareva che Ahmed provasse una feroce compiacenza delle tremende angoscie della vittima.
—Siedi! disse ad un tratto, accennandogli l'angareb.
L'uomo ubbidì macchinalmente senza aprire bocca.
—Abd-el-Kerim, continuò Ahmed, con un tono di voce che tradiva la collera che ruggivagli in petto, frenata solamente da uno sforzo straordinario. Sai perchè ti feci arrestare e tradurre qui come un prigioniero?
—Come vuoi che io lo sappia, disse l'arabo che comprese subito l'immenso pericolo che correva e che la sua vita era appesa ad un semplice filo.
Un sogghigno beffardo, simile a quello di una iena che si dispone a divorare la preda, contorse le labbra del terribile Profeta.
—Sei certo di non saperlo? chiese.
—Ma perchè tale domanda? Spiegati, Ahmed.
—Perchè sei così agitato? La tua coscienza non è tranquilla,
Abd-el-Kerim.