—Non temere Fathma, rispose lo sceicco cercando di raddolcire il suo aspro accento. Attraversiamo il campo per abbreviare la via.

Fathma portò le mani alla benda. Ella si sentiva assalire da sinistre inquietudini e cercava di vedere quanto succedeva a lei d'intorno. Lo sceicco, che non istaccava mai gli occhi da lei, fu pronto ad afferrarla pei polsi.

—Non muoverti, le disse minacciosamente. Se mi perdi, ti dò nelle mani di Ahmed.

Quella terribile minaccia irrigidì Fathma; non osò più muoversi, tanta paura aveva di cadere nelle ugne dell'antico suo signore.

Il cammello s'avanzò per altri quindici minuti, aprendosi a gran pena il passo fra i guerrieri del Mahdi che ingombravano il campo, poi si arrestò. El-Mactud aprì la tenda e balzò lestamente a terra.

A pochi passi da lui vi era la capanna del Mahdi, sulla cui porta chiacchieravano i tre vizir dell'esercito, Ibrahim, Juban e Ahmed, il primo comandante delle truppe regolari, il secondo le irregolari ed il terzo l'artiglieria. Presso di loro era seduto Medinek, il quale, appena scorto le sceicco, affrettossi a corrergli incontro dicendogli:

—Ahmed aspetta Fathma. Egli accorda a te qualsiasi grazia. Non avrai che d'aprire la bocca per salvare il greco.

El-Mactud non potè frenare un moto di gioia. Allungò le braccia verso Fathma, la sollevò in aria, e prima che ella potesse opporre la menoma resistenza la trasse nella capanna di Ahmed, lasciandola sola per terra. Fathma, atterrita, in preda a maggiori inquietudini, balzò in piedi strappandosi la benda. Un terribile grido le uscì dalle labbra.

Barcollò, le forze le vennero meno, e cadde in ginocchio nascondendosi il volto fra le mani.

—Perdono!… Perdono!… balbettò ella con voce strozzata.