—Ne era ben tempo, rispose El-Mactud.

Juban si trasse dalla cintola una pergamena arrotolata e la porse allo sceicco che la prese con vivacità.

—Questa è la grazia che tu hai chiesto. Vattene, ma non dimenticare che questa grazia l'hai ottenuta condannando a morte la più bella donna del Kordofan.

—Che intendi di dire? chiese lo sceicco tremando. Spiegati, vizir.

—Han condannato a morte la povera Fathma.

—Giusto Allàh!

—Fra un'ora Yokara l'annegherà nel lago Tscherkela. Vattene, traditore, nè osa comparirmi più dinanzi. Io ti disprezzo.

Il vizir gli volse sdegnosamente le spalle e rientrò nel tugul. El-Mactud, trasecolato, rimase lì, colla testa china sul petto e le labbra strette, strette.

—Han condannato a morte l'almea! mormorò egli con isgomento. E sono stato io a darla nelle loro mani. Povera donna!… Orsù, cacciamo le emozioni in fondo al cuore e tiriamo avanti. È l'inviato di Dio che l'ha condannata. D'altronde non vi era altro mezzo per salvare il greco.

Si passò a più riprese la mano sulla fronte e terminò col crollare le spalle. Si avvicinò a Medinek, il quale teneva per le briglie un magnifico cavallo nero, di razza abù-rof, che scalpitava impazientemente e rodeva il freno macchiandosi il lucente petto di candida bava.