—Fathma! diss'egli con terribile calma. Sei perduta!…

CAPITOLO XI.—Il perdono.

El-Mactud era verde per l'ira e si rodeva d'impazienza. Cinque interminabili giornate erano trascorse da che aveva dato nelle mani di Ahmed, Fathma, e non ancora gli era pervenuta la tanto desiderata grazia di Notis.

Venti volte, lo sceicco, che aveva una paura fortissima che Ahmed lo avesse corbellato, aveva chiesto di entrare nel tugul e venti volte gli avevan risposto che Ahmed non riceveva nessuno. Stava per uscir dai gangheri e ricorrere a qualche mezzo estremo a rischio di farsi tagliare la testa, quando il mattino del sesto giorno vide i tre vizir del campo Ibrahim, Juban e Ahmed e Gustavo Klootz[1] entrare in furia nel tugul del Mahdi.

[1] Gustavo Klootz era stato servo del Barone di Cettendorfs, poi di O'Donovan, reporter del Daily-News. Due o tre giorni prima della battaglia di Kasghill era scomparso dal campo e alcuni dissero che aveva informato il Mahdi delle forze che conducevano Hicks e Aladin pascià. L'illustre missionario D. Luigi Bonomi mi disse che Klootz era incapace di tradire così slealmente gli egiziani.

Presso le orde passava per un confidente del Mahdi; D. Bonomi mi disse che lo era solamente in apparenza. È certo però, che consigliava talvolta il Profeta.

Gustavo Klootz cercò spesso di migliorare la triste sorte dei missionari prigionieri.

Con un salto lo sceicco fu alla porta della capanna. Aveva compreso che qualche cosa di grave era accaduto e che forse lo riguardava. Dopo di aver insistito, ma invano, per entrare, si rassegnò ad aspettare che i vizir uscissero per interrogarli.

Non corse molto tempo che uno di essi, Juban, comandante delle truppe irregolari, comparve. Egli mosse incontro allo sceicco che brontolava a pochi passi dalla capanna.

—Cercava appunto te, gli disse il vizir.