L'arabo si passò la mano sulla fronte e sospirò.
—Ecco il caffè, disse Oòseir, arrestandosi.
Erano giunti dinanzi ad una grande capanna colle mura di mattoni cotti al sole, diroccate e col tetto acuminato coperto di ghérsc o paglia durissima.
Vi entrarono. Era occupato da una ventina di persone, parte Arabi, parte Nubiani e parte Sennaresi avvolti, nonostante il caldo, in candide farde o in grandi taub (mantelli) orlati di rosso. Alcuni erano sdraiati su tappeti scolorati e sfilacciati e fumavano silenziosamente nei loro scibouk di terra cotta e dorata; altri erano seduti su panche primitive o su vasi rovesciati e bevevano il merissak, specie di birra fatta con maiz fermentato, o centellinavano con voluttà sibaritica del vero moka fumante racchiuso in fiugiàn o vasetti senza manico.
In un canto, su di un angareb coperto di stuoie dipinte, stava sdraiato un greco di media statura dalla pelle chiara, occhi castani e grandi e una gran barba nera e ispida. Appena che scorse i due ufficiali scattò in piedi, movendo loro incontro.
—Olà! Abd-el-Kerim! gridò, gaiamente.
—Ah! sei tu, Notis! esclamò l'arabo stringendo vigorosamente la mano che l'altro gli tendeva.
—Avevo paura che tu non mi venissi incontro. Ira di Dio! Posso chiamarmi ancora fortunato.
—Avesti torto di supporre che non sarei venuto. Quanto tempo è che sei arrivato?
—Può essere una mezz'ora che ho lasciata la dahabiad (barca) di quel birbone d'Ibrahim. Ah! che viaggio noioso, amico mio! Sono arrostito nè più nè meno d'un montone. Come va, Oòseir?