—Dove? Al campo forse?
—I morti non ritornano più fra i vivi, è giusto adunque che io non ricomparisca al campo. Non conosci tu qualche luogo deserto dove possiamo ricoverarci senz'essere veduti?
—Sulla cima delle colline che si estendono al settentrione d'Ossanieh, mi ricordo di aver veduto una bella caverna che potrebbe servirci di abitazione, e che è abbastanza vicina al campo, disse il nubiano.
—Andremo ad abitarla, Takir, e poi penseremo alla vendetta. Orsù, prendimi fra le tue braccia e portami. Io sono debole per ora.
Il nubiano lo prese, se lo gettò in ispalla e partì correndo colla stessa facilità come se portasse un fanciullo. Attraversò come un'antilope la foresta e sbucò nella pianura senza rallentare un solo istante la corsa. Notis gli guizzò fra le braccia mandando una orribile bestemmia.
—Guarda laggiù, diss'egli, mugolando come una belva. Guarda, Takir, guarda.
Il nubiano vide due persone che salivano le colline sabbiose a meno di quattrocento passi di distanza. Riconobbe subito chi erano.
—Quello là col cofatan bianco è Hassarn, disse. L'altro col fez è l'arabo Abd-el-Kerim: io li conosco tutti e due.
—Sì, sono i due maledetti. Essi si dirigono al campo dove li aspetta
Fathma.
—Calma, padrone, che verrà il dì che l'almea aspetterà voi.