Era però troppo tardi per salvarle. Giacevano l'una presso l'altra, strangolate, dilaniate, sanguinanti.
Hossein, che era disceso di sella, tagliò un piede alla più grossa e lo porse galantemente a Talmà, dicendole:
— Alla regina della caccia. —
Poi rimontò a cavallo, gridando:
— Il banchetto aspetta i nostri ospiti. —
I falchi, ad un fischio di Abei, erano tornati docilmente, riprendendo i loro posti, sui pugni inguantati.
La cavalcata si era riordinata attorno ai fidanzati, mandando grida formidabili, poi si era nuovamente sciolta, formando gruppi pittoreschi, i quali non tardarono a slanciarsi ventre a terra in direzione della casa di Talmà.
S'avventavano, poi tornavano indietro, facendo fare ai cavalli dei fulminei volteggi, s'incrociavano come se fossero lì lì per impegnare una lotta spaventosa.
Era la fantasia turcomanna, meno bella forse di quella dei barberi dell'Africa settentrionale, ma più impetuosa.
I kangiarri scintillavano in aria, le pistole ed i lunghi moschetti tuonavano, dando l'illusione d'un vero combattimento fra due corpi di cavalleria nemica, mentre echeggiava l'urlo di guerra di quei terribili nomadi: Uran!... Uran!...