Tabriz, che conosceva l'indole diffidente di quei nomadi, fece fermare la truppa e s'avanzò in compagnia d'Hossein, verso i giardini che circondavano l'accampamento, tenendo l'archibugio colle bocca volta verso terra:
— Dite al vostro Emiro che i nipoti del beg Giah Aghà chiedono ospitalità, — gridò, appena fu a portata di voce. — Sagadska non si rifiuterà di riceverli. —
Fra gli Illiati vi fu uno scambio di parole, poi un vecchio che aveva una lunga barba bianca e che mancava d'un occhio, si fece innanzi e, mentre i suoi uomini disarmavano, rispose:
— Che i nipoti del mio amico entrino nel campo: sono sotto la protezione delle leggi dell'ospitalità. —
La truppa, non avendo ormai più nulla da temere dopo quelle parole, s'avanzò sotto gli alberi, mettendo piede a terra e levando le briglie e le selle ai cavalli, mentre Tabriz ed i nipoti del beg entravano sotto una vasta tenda, sulla cui soglia li attendeva il capo della tribù, circondato da una mezza dozzina di ragazzine.
— Siete miei ospiti, — disse, invitandoli a farsi innanzi.
— Sei tu Sagadska? — chiese Tabriz.
— Io sono l'amico del beg Giah Aghà, — rispose l'illiato. — Che i suoi nipoti si siedano al mio fianco.
— Grazie della tua ospitalità, — gli rispose Hossein. — Noi siamo qui venuti perchè abbiamo bisogno da te di consigli e d'informazioni.
— Dopo la cena tu avrai quello che vorrai, — rispose l'illiato.