Durante la corsa, quei due uomini si erano già scambiate parecchie occhiate e qualche rapido cenno, come se già da tempo si conoscessero e attendessero l'occasione propizia d'incontrarsi.
Il nipote del beg, che doveva essere impaziente di trovarsi solo coll'usbeko, quando si fu ben assicurato che suo cugino e Tabriz dormivano profondamente, uscì silenziosamente dalla capanna e strisciò verso il primo gruppo di cavalli, dove si scorgeva vagamente, coricata fra le erbe, una forma umana.
— Dormono, — disse Abei sotto voce. — Che cosa significa la tua presenza qui, Hadgi. —
Il luogotenente del disgraziato mestvires si era prontamente alzato, girando all'intorno uno sguardo sospettoso.
— Ti aspettavo, signore, — disse poi, — per ricevere da te nuovi ordini. Noi non avevamo previsto l'invasione dei russi. Sai che stanno per assalire Kitab?
— L'ho appreso lungo il viaggio, — rispose Abei.
— Quella gente può guastare i tuoi affari, signore, ed è per questo che io ti ho aspettato sulle rive del fiume. Ero certo che Hossein ci avrebbe inseguiti e che sarebbe passato per quel guado, che d'altronde è l'unico che esista su cinquanta miglia di fiume.
— Hai giuocato una carta pericolosa.
— Perchè, signore? Hossein e Tabriz non mi conoscono ed ingannarli era cosa facilissima.
Non ho fatto altro che spogliarmi e nascondere le mie vesti e le mie armi in mezzo ad un folto cespuglio. Come hai veduto, hanno creduto a quanto io ho loro narrato e non hanno avuto il menomo sospetto.