— In sella, — comandò il giovane. — All'alba entreremo in Kitab.
Signore, — disse un Sarto, avvicinandoglisi, — manca il mio cavallo.
— E anche l'usbeko che hai raccolto, — disse un altro.
— Che vada a farsi appiccare dove vuole, — disse Tabriz. — Non inquietiamoci per la fuga di quel birbante. Montate e partiamo.
Quello a cui manca il cavallo salga dietro a qualche compagno.
Lesti od i russi giungeranno prima di noi. —
In meno di un minuto i cavalli furono insellati ed imbrigliati e la truppa riprese le mosse, sempre guidata da Tabriz.
La steppa, a poco a poco scompariva. Numerosi villaggi si mostravano, specialmente verso il sud, dove le terre erano solcate da affluenti dell'Amu-Darja; e giardini ricchi d'alberi, di prugni, d'albicocchi, di melogranati e anche di viti, cominciavano ad estendersi in tutte le direzioni.
Qua e là, in mezzo alle erbe, platani, betulle, pioppi, ulivi, querce, cedri e anche pini, formavano gruppi pittoreschi, specialmente intorno agli stagni, sorgendo fra colossali cespi di rose di China, coperti di fiori bianchi e rossi.
La banda s'affrettava. I cavalli ai quali quel breve riposo era bastato per rimetterli in gambe, galoppavano splendidamente, senza aver bisogno di venire aizzati.