— Pranziamo, — disse Abei. — Fra poco comincerà la processione degli sfregi in onore di Ali e di Hussein, che Djura bey ha ordinata per fanatizzare le sue truppe, e noi, come difensori della fede, dobbiamo prendervi parte.

— E Talmà? — chiese Hossein, come se uscisse da un sogno.

— Non temere, cugino. La ritroveremo e forse più presto che tu non creda. Da Kitab non è uscita, il beg me lo ha assicurato e colui che ha pagato le Aquile per rapirtela, pagherà colla vita la sua bricconata. È vero Tabriz?

— M'incarico io di strozzarlo, — rispose il gigante, mostrando le sue mani vellose come quelle d'un orso. — Una stretta sola e crac!... Il collo mi rimarrà fra le dita. —

Il pranzo fu tuttavia molto silenzioso; Hossein, Tabriz e anche Abei parevano profondamente preoccupati, specialmente quest'ultimo il quale non riusciva a staccare gli sguardi dalle mani, poderose e terribili, del gigante della steppa, che pareva lo minacciassero.

Al rimbombo delle cannonate e alle urla dei Shagrissiabs, era subentrato a poco a poco un profondo silenzio. Gli abitanti ormai rassicurati che i russi, almeno per quel giorno, non avevano alcuna intenzione di assalire la città, si erano ritirati nelle case, per prepararsi alla processione della sera, che alcuni araldi di Djura bey ed i muezzin, dall'alto dei minareti, avevano ormai annunciata, per invocare sui difensori della fede la protezione di Hussein e di Hussan, i due santoni venerati dai turchestani e dai persiani, discendenti da Maometto.

Il sole era appena tramontato, quando su tutti i minareti della città echeggiarono, nell'aria tranquilla, le voci squillanti dei muezzin.

— Ecco la luna dell'Islam che sorge!.... Alla gloria d'Hussein e di Alì!... Mostrate, fedeli, ai nostri santi, la vostra fede! —

Tabriz ed i cavalieri della scorta si erano prontamente messi a cavallo.

— Mostriamo che anche noi siamo credenti, — disse Hussein. — E poi chissà che non incontri Talmà nella processione. —