Due soldati trassero il giovane di sotto ad un cavallo che in parte lo copriva e lo esaminarono attentamente.
— Nessuna ferita dinanzi, — disse il sergente. — Voltatelo... Ah!... Eccolo qui un foro nel dorso, sotto la scapola sinistra... una palla di certo...
To'!.. Vediamo... mi sembra impossibile che questa ferita abbia potuto causare la morte a questo giovane...
Per tutti gli etmani della Kabardia!. Un fremito!... Oh ragazzi, non è ancora spirato! Me ne intendo io di ferite! —
I quattro soldati, che avevano provata una subitanea simpatia per quel bel giovane, quantunque dovesse essere stato un loro nemico, lo avevano deposto frettolosamente sul cadavere d'un cavallo, probabilmente il suo a giudicarlo dalla ricchezza della gualdrappa che era ricamata in oro e dalla bellissima sella tutta a borchie d'argento.
Il sergente gli tolse il kangiarro che teneva ancora in mano, pulì la lama con un lembo della sua grossa casacca e gliela mise dinanzi alle labbra che erano semi-aperte, mormorando:
— L'aria è fredda questa notte; vedremo se l'acciaio si appannerà. —
Attese un mezzo minuto, poi fece un gesto di gioia.
Sull'acciaio si era distesa lentamente come una leggerissima ombra, la quale aveva offuscato lo scintillìo del metallo.
— Respira! — esclamò il cosacco.