Sul capo, invece del turbante, portava quella specie di kolbak villoso dei tartari indipendenti, con un piccolo pennacchio.

— Eri inquieto, padre? — chiese il giovane, levandosi il fucile dalla canna lunghissima, che teneva sospeso attraverso il dorso e togliendosi dalla cintola una specie di jatagan un po' ricurvo, chiuso in una guaina di pelle rossa adorna di laminette d'oro.

— Sei stato tu a far fuoco, figlio mio? — chiese il vecchio, la cui fronte si era subito rasserenata.

— Sì, ho sparato a cinquecento metri dalla tenda, — rispose il giovane.

— Contro chi?

— Mi pareva di aver veduto un'ombra umana scivolare fra le erbe e, temendo che cercasse d'accostarsi a me per assassinarmi a tradimento, ho sparato per farle comprendere che io stavo in guardia, e che non era uomo da lasciare la mia pelle nella steppa.

— L'hai ucciso?

— Non lo so, ma fra poco i cani saranno qui e se è veramente caduto, porteranno qualche cosa dei suoi indumenti. To'! Eccoli che giungono! —

Due cani si erano slanciati in quel momento entro la tenda, abbaiando festosamente intorno al giovane.

Uno era una specie di levriero che i turcomanni chiamano tazè, grosso, alto, di taglia pesante, con mascelle formidabili e capace di lottare contro una fiera; l'altro invece era un gurdios, una specie di bassotto, cogli orecchi a punta, razza molto adatta ad ogni specie di caccia, soprattutto a quella della volpe, che quei cani inseguono con ostinazione straordinaria, per giorni e notti intere.