— Eppure non sono tranquillo.
— Vuoi che salga a cavallo e che vada incontro a tuo nipote?
— Non vi è bisogno, mio bravo Tabriz, — disse in quel momento una voce sonora.
— Eccomi, padre: come vedi, ritorno intero. —
Un giovane era improvvisamente comparso sulla porta della tenda, che era rimasta sollevata.
Il nuovo venuto poteva avere vent'anni. Era un bellissimo tipo che s'avvicinava più a quello maschio e perfetto dei vicini persiani, piuttosto che a quello angoloso e ruvido dei turchestani.
La sua statura era alta e slanciata, ma pure vigorosissima, molto superiore a quella ordinaria dei turchestani e dei tartari; il suo viso bellissimo, con occhi molto neri, vividi, sormontati da folte sopracciglia, così nere che pareva fossero state tinte coll'antimonio, con una bella bocca che una fanciulla gli avrebbe invidiato, ombreggiata da due baffetti castani che terminavano in due punte ardite.
Su quel viso si leggeva la franchezza e l'audacia; nelle sue membra si indovinava una forza più che comune.
Se, come abbiamo detto, rassomigliava nei tratti del viso più ai persiani, che sono i più belli uomini dell'Asia, che ai turchestani, indossava pure un costume che ricordava quello dei grandi signori d'Ispahan o di Teheran.
Invece della lunga zimarra turcomanna, indossava una giubba piuttosto corta, con larghi bordi dorati, aperta sul dinanzi in modo da mostrare la bianca camicia di seta, che ricadeva su una larga fascia di seta rossa; calzoni larghi, alla turca, che scendevano fino alle ginocchia; alti stivali con molte pieghe, di marocchino giallo, simili a quelli usati dagli usbechi.