CAPITOLO II. Il tradimento d'Abei.
Non fu che dopo tre giorni di febbre intensissima, accompagnata da frequenti accessi di delirio, durante i quali non faceva che invocare, con voce straziante, Talmà, che Hossein poté finalmente riconoscere il suo fedele turchestano.
Lo stupore del povero giovane fu tale, nel vedersi quasi accanto, ancora però sdraiato, il gigante, che credette dapprima di essere ancora in preda al delirio.
Tabriz, vedendo che lo guardava cogli occhi sbarrati, senza parlare, aveva indovinato subito ciò che passava attraverso il cervello di Hossein.
— Non t'inganni, mio signore, sono proprio io, il tuo fedele servo — disse il gigante. — Come stai? Meglio di ieri di certo, a quanto mi sembra.
Possiamo dire di essere scampati alla morte per un pelo di cammello.
— Tabriz!.... Tu! — esclamò Hossein.
— Parla sottovoce, mio signore od il capitano medico ti proibirà di aprire la bocca.
Sei ancora troppo debole.
— Che cosa è successo? Che cosa fai tu, lì? Dove siamo noi? V'è nel mio cervello una confusione inestricabile.