Eran due tipi di veri bricconi, quei due uomini che si facevano credere due mostratori di scimmie, per nascondere il loro vero essere.
Uno aveva poco più di vent'anni, l'altro invece quasi il doppio, con un brutto ceffo quasi interamente coperto da una barba rossiccia e ispida, che gli nascondeva però male una terribile cicatrice, la quale gli attraversava tutto il volto, passandogli fra il naso e le labbra.
Entrambi indossavano lunghe zimarre mezze sdruscite, portavano sul capo alti cappelli villosi, rassomiglianti a quelli che usano i persiani, e tenevano in mano fruste dal manico corto.
Vuotata la seconda tazza di caffè, che era stata loro portata, Karawal, lo sfregiato, aveva subito ripreso a voce bassa, urtando col piede Dinar:
— Hai capito quale è il mio piano?
— Sì e no.
— Come hai l'intelligenza corta, Dinar! Tu non riuscirai mai a nulla, figliuol mio.
— Sono ancora giovane, Karawal.
— Io alla tua età ero un briccone emerito, e rubavo, quasi sotto il naso dei pastori illiati, cammelli e cavalli, senza contare i montoni.
— Spero di poter un giorno diventare anch'io così abile.