Karawal, arrampicatosi sulla muraglia, diede un lungo sguardo al piccolo campo russo, che si distingueva benissimo alla luce dei falò accesi fra tenda e tenda, cominciando le notti a essere fredde, poi rassicurato dalla calma che regnava, raggiunse il compagno.

Si gettò accanto a Dinar che cominciava già a russare, coprendosi la testa con un lembo della sua lunga zimarra.

Uno squillo di tromba li svegliò poco dopo i primi albori.

Karawal, che già dormiva cogli orecchi ben aperti, per modo di dire, fu pronto a svegliare il compagno e le due scimmie.

— In marcia, — disse. — Andiamo a vedere che cosa succede a Bukara. —

Presero le scimmie, scavalcarono il muro e s'avviarono verso l'accampamento.

Da una tenda vastissima, da quella che aveva una doppia fila di sentinelle, uscivano gruppi di Shagrissiabs, legati a venti a venti per mezzo d'una lunga catena, che passava attraverso alle loro larghe e solide cinture di pelle, fiancheggiati da cavalieri usbeki e bukari, che montavano piccoli cavalli villosi, dalle zampe robustissime.

Erano i prigionieri di Kitab, i più compromessi nell'insurrezione, che il governatore del Turchestan aveva promessi all'Emiro, colla condizione di restituirglieli vivi, dopo averli interrogati per sapere le responsabilità che spettavano agli abitanti delle due città ribellatesi e colpirli di ammende indubbiamente rovinose.

Fu nel quarto gruppo che Karawal e Dinar scoprirono Tabriz e Hossein, legati l'uno presso l'altro con una doppia catena.

Il gigante pareva addirittura inferocito e lanciava sguardi terribili sugli usbeki e sui bukari dell'Emiro; Hossein invece sembrava completamente annichilito da quel nuovo colpo, che gli faceva forse perdere per sempre la fanciulla, così intensamente amata.