Il gigante che era caduto lungo disteso, un po' piccato da quello scoppio di risa e da quelle parole ironiche, si era prontamente alzato bestemmiando e ben deciso di fare a pezzi gli animali prediletti del Profeta, quantunque non credesse affatto che fossero tali.

— To'!.... To'! — esclamò ad un tratto, levando in aria il suo kangiarro. — Ah!.... Tu, mio signore, li chiami gatti, questi?

Guardati.... La madre può essere vicina. —

Due animali, non più grossi di due gatti comuni, dal pelame giallognolo, cosparso di macchie leggermente nerastre, giocherellavano in mezzo agli astragalli, senza darsi alcun pensiero dei due turchestani.

— Tu dunque, Tabriz, avresti paura di queste due bestiuole? — chiese Hossein, vedendo il gigante girare intorno gli sguardi.

— Due delle mie dita sono già troppo per strangolarli, — rispose il gigante. — È della loro madre e del loro padre che io ho paura, signore.

— Che animali sono dunque codesti?

— Oncie.

Una specie di pantere, piuttosto rare a dire il vero.

— Pericolose?