Si era interrotto bruscamente e si era fermato dietro il tronco d'un grosso albero che sorgeva, quasi isolato, in mezzo ad un gruppo di cespugli.

— Mio caro Karaval, — mormorò dopo qualche istante — bada alla tua pelle. Non tutti i banditi della steppa della fame ti conoscono ancora e nemmeno tutte le bestie. Un ramo non si rompe da sè, quando la burana non soffia, almeno così mi diceva mio padre. —

Rimase immobile, cercando di confondersi col tronco, spiando attentamente le piante vicine, che erano pure rinserrate, alla loro base, da fitti cespugli; poi non udendo più nulla, riprese la marcia sempre guardingo e fiutando l'aria come i cani da caccia.

Aveva percorsi altri venti o trenta passi, quando udì un breve tonfo, come se qualche corpo fosse caduto in un pozzo d'acqua.

— Da bere ce n'è, — mormorò Karaval; — vorrei però sapere chi si disseta. Apri gli occhi, amico. —

Scostò le fronde e si trovò dinanzi ad una pozza circolare, di una dozzina di metri di circonferenza, piena d'acqua limpidissima.

La superficie avrebbe dovuto essere liscia, non soffiando alcun alito di vento; invece cerchi concentrici s'allargavano rompendosi, con un dolce sussurrìo contro le rive.

— Qualcuno ha attraversato questo minuscolo stagno, — mormorò il bandito, che diventava sempre più preoccupato.

Si guardò intorno e fece subito un salto entro la pozza, sollevando uno sprazzo d'acqua e affondando fino alle anche.

Un animale che fino allora doveva essersi tenuto nascosto in mezzo ai cespugli che circondavano il microscopico stagno, con un gran salto si era slanciato sulla riva, cadendo nel medesimo posto poco prima occupato dal bandito.