Un secondo di ritardo e Karaval se lo sentiva sulle spalle.
L'animale, deluso dalla mossa fulminea del bandito, mandò una specie di belato, somigliante a quello d'una pecora.
— Non sei un montone, mio caro, — disse Karaval. — So quanto vali e conosco le tue unghie, ma non mi lascerò prendere tanto facilmente. —
Infatti quell'animale era non lungi dal rassomigliare ad una pecora o ad un montone. Aveva la testa d'un cane, piccola e allungata ed il corpo d'un gatto, di dimensioni grossissime, con gambe alte ed il pelame lungo e ispido, di colore grigio-giallognolo a macchie nere e brunastre.
— Un ghepardo! — esclamò poi il bandito. — Brutto vicino! —
Si trattava precisamente di uno di quei prossimi parenti delle pantere e dei leopardi, che sono così abbondanti nell'India, e che non sono rari nelle steppe turchestane.
Quantunque per corporatura sieno inferiori ai loro prossimi parenti, non sono meno sanguinari, nè meno audaci, anzi sono così coraggiosi da lottare con vantaggio perfino contro i leopardi.
Sono grandi cacciatori, essendo dotati d'uno slancio straordinario e d'una corsa così veloce, da raggiungere anche le gazzelle.
Quantunque pericolosi, si lasciano però facilmente addomesticare e gl'indiani e gli arabi del Sahara se ne servono abilmente nelle cacce.
Il ghepardo, irritato dal fiasco fatto, si mise a girare rapidamente intorno alla riva dello stagno, soffiando e sbuffando, senza però osare di mettere le zampe nell'acqua.