Karaval quantunque non ignorasse che quegli animali mai si avventurano su un fiume, per quanto piccolo sia, avendo la medesima avversione dei gatti domestici, si era portato frettolosamente nel centro dello stagno, onde conservare una distanza tale da togliere al ghepardo ogni speranza di poterlo agguantare con un gran salto.
— Pericolo non ne correrò — si disse, — e la mia pelle anche questa volta non verrà scucita; tuttavia mi trovo come prigioniero ora, che la polvere delle mie pistole non può più prendere fuoco, dopo questo bel tuffo. Come uscirò di qui se gli altri non accorreranno in mio aiuto? —
Il ghepardo, sempre più furioso di non poter ghermire la preda continuava la sua corsa circolare a gran salti, cercando inutilmente un luogo abbastanza stretto che gli permettesse di spiccare un salto. Di quando in quando s'arrestava bruscamente, piantandosi sulle gambe ben tese e guardando ferocemente il bandito, poi riprendeva la sua corsa.
Accortosi finalmente che sprecava le sue forze senza alcun vantaggio, si coricò sulla riva, dinanzi ad un folto cespuglio, ringhiando sordamente e sferzandosi i fianchi colla coda, come un gatto irritato.
Ecco l'assedio, disse Karaval. — Questo è peggiore forse di quello di Kitab, perchè mi è impossibile muovermi.
— Che cosa fanno il nipote del beg e Tabriz? Che si siano nuovamente addormentati? Quelli non sono uomini da camminare su queste sabbie.
Dunque signor ghepardo, che cosa facciamo? Una partita a pugni contro le vostre unghie vi assicuro che non l'accetterò mai. —
La belva, quasi l'avesse compreso, gli soffiò contro, dimenando la testa e raggrinzando il naso.
A un certo momento fece un salto aguzzando gli occhi.
— Ha udito qualche rumore, — disse Karaval. — Che siano il nipote del beg e Tabriz che si avvicinano? Sarebbe già tempo. —