— Ecco l'assedio, — disse il bandito. — Ieri sera il ghepardo, ora i leoni. Finirò per trovarmi un asilo nel ventre d'una bestia feroce. —
CAPITOLO VIII. L'attacco dei leoni.
Tutte le belve, a qualunque razza appartengano, non osano, anche se spinte dalla fame e sicure della vittoria, assalire in pieno giorno l'uomo, mentre invece non esitano, se si presta loro l'occasione, a scagliarsi su una gazzella, su un antilope e perfino contro le gigantesche giraffe.
Si direbbe che lo sguardo umano le rende titubanti, e perciò attendono sempre le tenebre per agire.
I due leoni, impressionati fors'anche dall'aspetto risoluto dei tre turchestani e dalla taglia gigantesca di Tabriz, invece di muovere direttamente all'attacco, si erano accovacciati aspettando la scomparsa del sole, per espugnare la posizione, forse colla magra speranza di sorprendere i difensori addormentati.
— Io comincio a credere — disse Tabriz, — che quei signori abbiano lo stomaco meno vuoto di quello che abbiamo supposto finora e che ieri sera abbiano inghiottita una cena più abbondante della nostra.
— Perderemo un tempo troppo prezioso, — disse Hossein, che pensava in quel momento a Talmà.
— Dopo l'Amu-Darja noi troveremo quanti cavalli vorremo, signore, ed in un paio di giorni giungeremo dal beg.
— E la troverò colà? — chiese Hossein con angoscia.
— Zitto, signore, questo non è il momento nè il luogo opportuno per parlare di ciò.