Le acque ribollivano con leggeri crepitii, in causa di masse considerevoli di gaz che salivano senza posa alla superficie assieme alla nafta, sviluppando nuove fiammate che sovente raggiungevano delle altezze di parecchi metri.

Si sarebbe detto che un vulcano avvampava sotto il laghetto.

I pescatori fuggivano sempre verso le isole. Avrebbero desiderato meglio guadagnare le rive del fiume; l'onda di fuoco però glielo impediva, e attraversarla sarebbe stato come andare incontro ad una morte certa.

Per fortuna quelle terre che occupavano quasi il centro del laghetto non erano lontane, sicchè bastarono cinque minuti di corsa sfrenata per raggiungere la prima che era la maggiore.

Sbarcarono in fretta, tirarono a terra le barche e si gettarono sotto gli alberi, sdraiandosi fra i giunchi che erano altissimi.

— Bell'avventura! — disse Tabriz che si era gettato fra Hossein e Karaval. — Come finirà?

— Bene, spero, — rispose il bandito. — Aspetteremo che la nafta si sia consumata e andremo a far colazione al villaggio dei pescatori con una dozzina o due di garitse.

— Alla malora i tuoi pesci! — esclamò Tabriz. — Non sogni che quelli e per quelli per poco non ci facevi arrostire vivi!

— Non è colpa mia, signore.

— Se tu fossi stato la cagione, non so se avresti ancora la testa piantata sul tuo collo.