Anche Hossein attaccava con molto appetito i pesci e pareva che per un momento avesse dimenticato Talmà, il beg ed anche Abei.

— Signore, — disse il gigante, quando il piatto fu vuoto, — un'altra dozzina ci starebbe, almeno, nel mio stomaco.

Quel birbone di loutis aveva ragione di vantare questi eccellenti abitanti dell'Amu-Darja. Non ne ho mai mangiati di così delicati.

— Se ti fa piacere ordina, — rispose Hossein che era ricaduto nei suoi pensieri. — Il loutis pagherà lui per ora.

Tabris si era voltato gridando:

— Ehi, cuciniere, fa lavorare ancora una volta la tua padella.

— Sì, quando mi avrete detto chi siete e dove andate, — rispose una voce che non era quella di Dinar.

Tabriz si era alzato vivamente, subito imitato da Hossein.

Il cuciniere era scomparso e invece, dinanzi alla porta, si trovava un uomo barbuto, d'aspetto poco rassicurante, che aveva nella larga fascia un vero arsenale fra pistole, jatagan e kangiarri, accompagnato da una mezza dozzina d'usbeki, armati non meno formidabilmente di lui.

— Chi sei e che cosa vuoi tu? — chiese Tabriz, afferrando istintivamente la pesante scranna su cui si era seduto.