— Cacciamo questi poltroni. —
Quell'attacco fulmineo e soprattutto la vista di quel colosso, sconcertò gli assedianti. Spararono appena qualche colpo di pistola, poi volsero i tacchi come lepri. Anche il loro comandante, che era sfuggito per un vero miracolo ad un colpo di kangiarro, vibratogli da Hossein, se l'era data a gambe non meno velocemente degli altri.
— Credo che per ora ne abbiano abbastanza, — disse Tabriz, rifugiandosi prontamente entro la catapecchia. — Guardati dalle palle, signore.
Ci tempesteranno di certo.
— Finchè adopreranno i fucili non avremo molto da temere, — rispose Hossein, che si era coricato dietro la parete. — Il mio timore è che si servano dei falconetti che abbiamo veduto sul ridotto.
— Pare che per ora non ci abbiano pensato, signore. La faccenda si guasterebbe troppo presto, non potendo queste muraglie resistere a simili tiri.
— Che cosa fanno dunque quei poltroni?
— Ci spiano, signore, e tengono un secondo consiglio. Pare che piaccia più ai bukari parlare che menare le mani.
To'!... M'ingannavo: ecco che si preparano a consumare un po' di polvere dell'Emiro. —
Sette od otto colpi di fucile vennero sparati dietro al cespuglio, producendo molto baccano e molto fumo, ma niente di più perchè le palle di quei vecchi moschettoni non riuscivano ad attraversare le muraglie di fango, anzi nemmeno la tavola che aveva uno spessore non comune.