In mezzo si vedeva netto il solco aperto dai due cavalli montati dal loutis e dal suo compagno, non avendo avuto il tempo, le erbe, calpestate dai robusti zoccoli dei due corridori, di rialzarsi.

Il sole volgeva ormai al tramonto e si tuffava in un nimbo d'oro porpureo, ma la luna non doveva tardare ad alzarsi e piena di splendore.

Sull'immensa pianura non si scorgeva nulla, affatto nulla: nè tende d'Illiati, nè gruppi di cammelli o di cavalli pascolanti, nè i due fuggiaschi. Tuttavia nè Tabriz, nè Hossein disperavano di raggiungere l'uomo che li aveva così vilmente traditi e che per poco non era stata la causa della loro morte o per lo meno della loro prigionìa.

— Prima che raggiungano le rive del mar Nero o le frontiere della Persia, piomberemo loro addosso, — diceva Tabriz. — È impossibile che abbiano potuto trovare cavalli più rapidi dei nostri.

— Dove credi che fuggano?

— Verso la frontiera persiana piuttosto che verso il mar Nero.

— In tal caso saranno costretti a passare per la steppa dei Sarti.

— Certo, padrone.

— Quell'uomo mi occorre, Tabriz. Sarà un testimonio prezioso.

— Che io vorrei uccidere prima di tradurlo dinanzi a tuo zio.