— Hossein! — balbettò.

— E ci... sono anch'io, padrone, — disse Tabriz, avanzandosi ed entrando nel raggio proiettato dalla lampada. — Ed anch'io non sono un morto! —

Con uno scatto improvviso, che un giovane di vent'anni gli avrebbe invidiato, il beg si alzò.

— Hossein!... — ripetè per la terza volta. — Tabriz! Da dove venite voi? Da questo o dall'altro mondo?

— No, padre, — rispose Hossein; — da questo mondo, poichè non siamo morti come ti aveva fatto credere mio cugino. Le sue palle non ci hanno uccisi. —

Il vecchio beg fece un salto innanzi, cogli occhi in fiamme, il volto trasfigurato.

— Hossein! — gridò, — che cosa dici tu?

— Dico che mio cugino ha fatto fuoco su di me e su Tabriz a tradimento, per ucciderci, mentre noi stavamo combattendo disperatamente contro i moscoviti che assalivano Kitab: dico e accuso mio cugino di aver assoldate le Aquile della steppa per rapirmi Talmà; dico e accuso mio cugino di aver nascosti nella mia fascia dei documenti compromettenti, per farmi fucilare dai russi o dai soldati dell'Emiro e di aver cercato più tardi di farci assassinare una seconda volta.

Padre: vendetta, vendetta! È tuo nipote che la chiede al beg della steppa turchestana! —

Tabriz a sua volta si era fatto innanzi, dicendo con voce solenne.