Tese gli orecchi, curvandosi innanzi per meglio ascoltare, e fra il sussurrìo delle erbe raccolse un fischio.
— Hadgi, — mormorò. — Poteva attendermi più lontano. Se quel gigantesco turcomanno mi avesse accompagnato, mi troverei ora in un bell'imbarazzo. —
In lontananza si scorgeva la tenda del beg, sempre illuminata. Dall'apertura un'onda di luce usciva, riflettendosi, come una lunga striscia sulle erbe.
— Nessuno si occupa di me, — disse, — fuorchè Abei Dullah, ma quello si guarderà bene dal tradirsi. —
Accostò due dita alla bocca e mandò un lungo fischio. Un altro rispose a breve distanza, poi fra le alte erbe sorse, a pochi passi dal mestvire, un'ombra umana.
— Aquila? — chiese il suonatore, mettendo una mano sul calcio d'una delle sue pistole.
— Sono Hadgi, capo, — rispose l'uomo che era sorto fra le erbe.
— Non credevo d'incontrarti a così breve distanza dalla tenda del beg, — disse il suonatore di guzla.
— Era necessario che ti vedessi presto.
— Perchè? — chiese il mestvire.