CAPITOLO IV. L'assassinio.
La notte era così oscura che il mestvire, quantunque dovesse conoscere a menadito la steppa dei Sarti, stentava a dirigersi.
Nessuna stella brillava nel cielo tenebroso ed il vento scompigliava incessantemente le alte erbe, curvandole fino al suolo, mentre in lontananza, di quando in quando, rullava sordamente il tuono senza che alcun lampo lo accompagnasse.
— Ecco una notte propizia per le Aquile della steppa, — disse il suonatore, ridendo. — Piomberanno più rapide dei falchi di Abei Dullah sulla preda, e la bella Talmà domani non avrà più lo sposo.
Abei sa condurre bene i suoi affari, ma è generoso più del Khan di Bukara. Povero beg! La tua barba bianca vale meno di quella d'un giovane di vent'anni. —
Alzò la testa e guardò le nuvole che passavano sospinte dalle raffiche, che si susseguivano sempre più frequenti.
— Apriamo bene gli occhi, — disse.
Si rialzò la lunga zimarra e si tolse due lunghe pistole che teneva nascoste sotto, passandosele nella cintura di pelle che reggeva l'jatagan, poi riprese la marcia, canticchiando fra i denti:
— Uno beve il vino come berrebbe l'acqua e resta dolce come un agnello; un altro beve e canta come un usignuolo; un terzo beve e diventa simile ad un bue, s'agita e monta in furore; un quarto, beve e diventa feroce come una tigre e incarna l'anima del diavolo; un quinto beve e fa le smorfie come una scimmia; il sesto beve e non diventa felice se non si avvoltola nel fango come un maiale; un settimo.... —
Il cantore si era bruscamente interrotto, scrutando attentamente le tenebre dinanzi a sè.