Improvvisamente una bianca stella rischiarò col suo dolce fulgore me, la rosa e l'usignuolo. Interrogai la stella, magnifica nella sua bellezza: Sei tu la mia diletta?

Ella mi rispose con un guizzo di luce che diresse verso i miei occhi.

In quel momento l'aria mi accarezzò dolcemente il viso, sussurrandomi agli orecchi: Ecco colei che cerchi: non inquietarti per lei. Passano tranquillamente i giorni dal mattino alla sera, passano tranquillamente le notti dalla sera all'aurora. L'essere che tu hai amato si è diviso in tre: in un usignuolo, in una rosa ed in una stella! —

Il mestvire si era alzato.

— La notte è oscura ed i lupi possono uscire dalle loro tane, — disse, — ed io domani devo trovarmi dinanzi alla casa della bella Talmà e dovrò suonare e cantare a lungo. Buona notte miei signori.

— Perchè non ti fermi qui? — chiese il beg. — Non mancano nè i cuscini, nè i tappeti, e se vuoi bere e mangiare ne avrai finchè vorrai.

— Preferisco tornare alla mia umile casetta, — rispose il suonatore. — Ho molto da pensare per scovare nella mia testa i più bei racconti che dovrò narrare domani dopo gli sponsali. —

Il beg si levò da una tasca una borsa contenente parecchie monete e la gettò al mestvire che la prese al volo.

— Buona fortuna, mio signore — disse con un leggero accento beffardo, guardando Hossein che si era rimesso al lavoro, strofinando vigorosamente la canna d'una delle sue pistole.

Scambiò un rapido cenno con Abei Dullah, che stava sdraiato presso i falchi e dopo d'aver fatto un profondo inchino, uscì, gettandosi a bandoliera la guzla. Per alcuni istanti, fra i soffi del vento, si udì il suonatore a canticchiare, poi il sussurrìo delle alte erbe contorte dalle raffiche, coprì la sua voce.