— Io non lo so, mio signore, — rispose il mestvire con fare umile. — Io narro ciò che ho imparato e nulla di più.

— Racconta qualche cosa di meglio — disse il beg, vedendo che il fiero giovane stava per irritarsi maggiormente.

— I mestvire della nostra steppa sono più poetici nei loro racconti, — aggiunse poi.

Il suonatore parve che si raccogliesse, invece al di sotto delle sue folte palpebre guardava intensamente Abei Dullah, il quale sembrava che non si fosse affatto interessato di quella narrazione; poi votò a metà il vaso contenente il kumis e disse:

— Ascoltate questa dunque. — Accordò la chitarra, e cominciò a cantare:

— Io ho cercato la tomba della mia diletta e non ho potuto trovarla. Ahimè! Sospiravo dicendo: Dov'è la mia diletta?... Allora io vidi una rosa fra le spine: essa era sola, isolata. La interrogai col cuore palpitante: Sei tu la mia diletta? La rosa, in segno d'assentimento, trasalì ed inclinandosi dolcemente, lasciò cadere delle gocce di rugiada simili a lagrime.

Allora un usignuolo volò sopra la mia testa e si nascose in un cespuglio.

Indirizzandomi a lui, con voce dolce, gli chiesi:

— Sei tu la mia diletta? —

L'usignuolo stese le ali, colse col suo becco la rosa, e nel suo melodioso linguaggio, mi rispose di sì.