— Avete del gesso nelle vostre capanne? —

Udendo quelle parole il mestvire diventò spaventosamente pallido, poi un urlo d'angoscia gli sfuggì:

— Ah! No! No! Grazia!

— Gettalo sul cavallo, Tabriz, — disse il vecchio, senza nemmeno rispondere al prigioniero, nè impietosirsi del terrore immenso che traspariva dai suoi occhi dilatati e dai suoi lineamenti sconvolti. E voi andate a raccogliere tutto il gesso e portatelo sulla piazza del villaggio.

— Un momento, padrone, — disse il gigante. — Bisogna assicurarlo bene; questi rettili mordono. —

Gettò a terra il disgraziato suonatore, gli posò un ginocchio sul dorso per tenerlo fermo, poi levatasi la fascia di grosso feltro che gli stringeva la lunga zimarra, gli legò strettamente le mani dietro la schiena.

Lo sollevò e lo mise sul suo cavallo, prendendo in mano le briglie.

— Siamo pronti, padrone, — disse poi al beg.

La truppa si mise in marcia ritornando verso il villaggio, ove si erano radunati i vecchi, le donne ed i fanciulli.

Il mestvire non aperse più bocca, nè fece alcuno sforzo per liberarsi dai legami. Il suo pallore non era ancora scomparso dal suo viso e di quando in quando un forte tremito lo faceva sobbalzare, specialmente quando i suoi sguardi s'incontravano con quelli del vecchio beg.