Giunti dinanzi ad una casupola, che aveva un aspetto migliore delle altre, Tabriz arrestò il cavallo e levò dall'arcione il prigioniero, mentre il beg diceva agli uomini che lo accompagnavano:

— Dieci di voi si mettano dinanzi alla porta colle armi cariche e gli altri vadano a cercare il gesso.

Il supplizio di questo miserabile sarà pubblico.

Ed ora lasciatemi tranquillo.

— Sì, Agha beg, — risposero in coro coloro che avevano preso parte all'inseguimento.

Tabriz, che teneva il prigioniero fra le braccia, con un calcio spostò la pietra che serviva di porta ed entrò in una camera piuttosto vasta, dalle pareti grigiastre, malamente illuminata da due pertugi che somigliavano a feritoie.

Depose il prigioniero su un vecchio tappeto persiano, senza slegargli le mani e si sedette accanto a lui col kangiarro snudato, risoluto ad ammazzarlo come un lupo rabbioso, al primo tentativo di rivolta.

Il vecchio beg stette in piedi, dardeggiando sul miserabile uno sguardo feroce.

— Parla, — gli disse con voce minacciosa. — Dove hanno condotto Talmà?

— Io non so nulla, — rispose il prigioniero. — Io sono sempre stato un povero suonatore di gutzla ed un narra istorie e non ho mai avuto nulla a che fare colle Aquile della steppa.