— Tu menti, cane! — urlò il vecchio, esasperato. — Innanzi tutto non saresti fuggito dinanzi ai Sarti, se tu avessi avuto la coscienza tranquilla, e poi vi è un uomo che giura di averti veduto poco prima degli sponsali di mio nipote Hossein, parlare con un ghirghiso, che fu poi notato fra la banda delle Aquile.
— Quell'uomo si è ingannato, beg, lo giuro sulla testa di mia moglie e dei miei fanciulli.
— Non vuoi dunque dirmelo? — gridò il vecchio, alzando il pugno.
— Non posso confessare ciò che io non so, — rispose il mestvire con voce ferma. — Tu puoi uccidermi, farmi subire il tremendo supplizio del gesso, se lo vuoi; ma da me non saprai nulla, perchè io non ho mai fatto parte di alcuna banda di briganti.
— È la tua ultima parola?
— Sì, beg.
— Sta bene: vedremo se saprai resistere. —
Un forte tremito scosse il miserabile, e la sua fronte si coprì di goccioloni di sudore, tuttavia non aggiunse verbo.
— Tabriz, — disse il vecchio, — non lasciarlo un solo istante. Io vado a preparargli la fossa. —
Era appena uscito, quando entrò nella stanza un giovane di statura appena superiore alla media, dal colorito giallo pallido e di forme esili, con indosso un costume sfarzoso fra il georgiano ed il persiano, con molti ricami d'oro sulla giubba e sui larghi calzoni di seta bianca, ed un superbo sciallo di Kerman annodato intorno ai fianchi, fra le cui pieghe erano passati due kangiarri, coll'impugnatura di diaspro orientale.