Quattro razze distinte si contendono quel paese, e tutte sono più o meno dedite al ladroneccio, sdegnando l'agricoltura, quantunque tutte si occupino attivamente dell'allevamento dei cammelli, dei cavalli e dei montoni.

Gli Usbechi, che sono i più numerosi e che formano perciò la razza dominante, oriundi dalle rive del Volga, che abbandonarono nel XV secolo, occupano la maggior parte della steppa, vivendo sotto tende. Piccoli, robusti, sono coraggiosissimi e perciò insofferenti d'ogni giogo e non si occupano d'altro che dell'allevamento dei cavalli.

I turcomanni, padri degli Osmani che conquistarono col valore delle loro armi la Turchia Europea e le rive del mar Nero, occupano la steppa che si estende dalle sponde meridionali del Caspio a quelle occidentali dell'Aral, e questi sono i più temuti; ma accanto a loro vi sono i Kirghisi, popolo nomade e selvaggio, vivente esclusivamente di preda, sempre in lotta coi suoi vicini ai quali ruba le mandrie, i cammelli ed i cavalli. Questi sono i veri predoni della steppa, sono le terribili Aquile, che calano con rapidità fulminea e che con eguale rapidità scompariscono, lasciando dietro di loro solo delle rovine fumanti.

La Russia ha conquistato il loro paese, sottoponendo volta a volta sotto il suo dominio la grande, la media e la piccola orda, senza però che sia riuscita a cambiare i loro istinti briganteschi. Ed infatti i Kirghisi sono rimasti quelli che erano cent'anni fa.

La quarta razza che vive nella steppa turchestana è la Bukara, chiamata anche Tadjika ed è la più incivilita; e per sua disgrazia anche la più debole, sicchè deve sopportare il giogo delle altre tre. È l'unica che non sia nomade, preferendo vivere nella città e nei villaggi, dedicandosi al commercio ed all'agricoltura, ed a questa appartengono i Sarti che sono una frazione di essa.

Ciò premesso, riprendiamo la nostra narrazione.

Il drappello di Tabriz galoppava sempre, dirigendosi innanzi a tutto verso la tenda del beg per mettere al sicuro i bagagli, che contenevano grandi ricchezze e preziosi gioielli, destinati a Talmà, e che i banditi potevano predare senza che alcuno potesse opporsi a loro.

Il gigante non era troppo tranquillo, potendo darsi che le Aquile avessero lanciati alcuni cavalieri attraverso la steppa per sorvegliare il beg ed i suoi due nipoti, quindi si affrettava, incitando i Sarti, a non risparmiare ai loro cavalli i colpi di frusta.

Le tenebre si erano a poco a poco dileguate e, quantunque l'autunno fosse già inoltrato, il sole dardeggiava sulla steppa dei raggi ancora caldissimi, i quali assorbivano l'umidità del suolo trasformandola in leggere cortine di nebbia.

Attraverso alle erbe fuggivano con velocità fantastica truppe di gazzelle non più grosse di caprioli, col dorso, il collo e le estremità delle membra coperte d'un pelame candidissimo, la testa fulva e grigia, armata di due corna nere e aguzze e gli occhi contornati da una fascia bianca che dà loro un aspetto stranissimo.