Al di sotto di quella veste, che non le scendeva oltre le ginocchia, formando ampie e ricche pieghe, Talmà portava dei larghi calzoni alla turca, di seta bianca, con festoni d'oro, allacciati alle caviglie, un po' sopra delle scarpette di cuoio rosso splendidamente ricamate in argento.
Il beg veniva ultimo, colla sua famosa scimitarra di damasco che avrebbe potuto bastare a comperare le splendide armi dei suoi nipoti, tutto racchiuso in una severa zimarra di panno bruno, stretta da una fascia di pelle gialla ed il capo coperto da un immenso turbante, il cui pennacchio era trattenuto da uno smeraldo di valore inestimabile.
Tutti in pugno tenevano i falchi, i quali squittivano incessantemente o starnazzavano le ali come se fossero impazienti di strappare gli occhi alle disgraziate gazzelle.
Un urlo selvaggio, partito da mille bocche, salutò la comparsa degli sposi:
Uran!... Uran!...
Era quel grido formidabile dei cavalieri turchestani, che tante volte aveva fatto impallidire i poveri abitanti della steppa; un grido che somigliava all'urrah leggendario dei cosacchi, urlo di guerra ed insieme di entusiasmo.
Da una specie di capannuccia costruita in mezzo alle alte erbe, quattro graziose gazzelle, catturate vive alcuni giorni innanzi, si erano buttate a corsa disperata attraverso la steppa; e tutta quella turba di cavalieri, preceduta dai fidanzati, da Abei, dal beg e da Tabriz, si era slanciata innanzi come una tromba furiosa, devastatrice, aizzando i cavalli e lanciando il terribile grido di guerra.
Era un uragano che passava attraverso alla steppa, peggio ancora, una meteora fra un fracasso assordante, un mugolìo feroce di veltri galoppanti sui fianchi dei cavalieri, con le lingue penzolanti e le code al vento.
CAPITOLO IX. Il colpo di testa delle Aquile.
I turchestani non hanno, al pari dei signori e dei feudatari europei, rinunciato alla loro passione per la caccia col falco, perchè gli sconvolgimenti che hanno recato tanti danni nel medio evo, li hanno lasciati perfettamente tranquilli nelle loro steppe.