Essi non contano nella loro istoria un Carlo V, che diede in feudo ai cavalieri di S. Giovanni l'isola di Malta, purchè gli passassero ogni anno un falcone bianco bene ammaestrato; nella loro religione non hanno avuto sacerdoti che si dedicassero come da noi, all'allevamento di quei rapaci volatili, tanto da trascurare le loro pratiche religiose; non hanno avuto di quei baroni inglesi che reclamavano il diritto di collocare i loro falchi sopra gli altari, mentre si celebravano le sacre funzione; non un Francesco I che aveva un falconiere maggiore, capo di quindici nobili e di cinquanta servi, incaricati della cure e dall'addestramento dei suoi trecento volatili; nè un Lodovico II che castigava colla pena di morte chiunque rubasse un falco, e con un anno ed un giorno di carcere chi sottraesse un solo uovo da un nido.
Tuttavia tutti i ricchi turchestani, specialmente i beg, i khan e lo sciàh di Persia, hanno una passione estrema pei falchi cacciatori, senza raggiungere le stranezze dei nostri antichi feudatari.
Nell'ammaestramento usano però i medesimi sistemi e adoperano, al par dei nostri antenati, il falcone di passo, eccettuato l'astore, che fa eccezione alla regola e che quantunque nidifichi sul posto si abitua facilmente.
Catturato il volatile, che deve essere sempre un adulto e non già un piccino, per qualche tempo lo lasciano tranquillo su un pezzo di legno piantato nel suolo, non troppo alto, offrendo di quando in quando qualche piccolo uccello ucciso di fresco o qualche pezzo di montone ancora sanguinante. Sono però così diffidenti e così selvaggi, che per uno o due giorni disdegnano il cibo; ma la fame, quella tremenda fame che doma le tigri ed i leoni, li vince e non esitano più.
Quello è il primo passo. Il falco che comincia a conoscere il suo fornitore, si lascia facilmente collocare sul pugno del falconiere, il quale lo obbliga a restarvi per un certo tempo.
Ordinariamente, quegli uccelli rapaci si arrendono con molta fatica e cercano di gettarsi a terra; ma essendo legati, a poco a poco si abituano, specialmente se si ha cura di privarli del sonno e di trattenerli il più che sia possibile, di notte, alla luce di una lampada. Il falco non tarda allora a riconoscere l'uomo che lo cura e che gli dà da mangiare, anche se lo tiene sul pugno. È sempre questione di appetito.
Solo allora gli si permette di fare qualche volata trattenendolo dapprima con una correggia non più lunga di mezzo metro, costringendolo però a ritornare sul pugno del falconiere.
Ciò ottenuto si sostituisce una funicella di trenta o quaranta e anche più passi ed incomincia il secondo ammaestramento: ossia di partire al fischio e di ritornare al medesimo segnale.
Fino dalle prime lezioni però i turcomanni e anche i persiani, hanno cura soprattutto di abituare i loro falchi alle grida dei cacciatori; ai nitriti dei cavalli ed ai latrati dei cani, onde non si spaventino al momento della caccia e, caso strano, vi si prestano facilmente.
Quando i falchi conoscono ormai il loro falconiere e rispondono alla sua chiamata, tornando sollecitamente sul suo pugno, comincia il secondo periodo d'educazione, ossia di insegnare loro di cacciare al vivo come si dice.