Mentre la scorta scendeva di sella, per concedere ai cavalli un po' di libertà ed un po' di riposo, ben meritato d'altronde dopo quella lunga galoppata, Tabriz, Hossein ed Abei si spinsero verso il fiume, passando sotto giganteschi platani che spandevano al di sotto delle loro fitte fronde, costantemente inumidite dalle acque, una deliziosa frescura.

L'Amu-Darja scorreva dolcemente, gorgogliando fra gli ammassi di giunchi che avevano ormai ingombrato buona parte del suo letto, formando qua e là minuscoli isolotti, sopra i quali volteggiavano numerose coppie di uccelli acquatici.

In quel luogo il fiume non era più largo di cento cinquanta metri e le sue acque, assai trasparenti, non avevano che qualche metro e mezzo di profondità, almeno fino ad un certo tratto dalla riva.

— Sì, è questo il guado, — disse Tabriz.

— L'hai indovinato, signore, — rispose in quel momento una voce che usciva da una grande macchia di rosai, accavallati confusamente gli uni sopra gli altri in modo da formare un colossale e meraviglioso cespuglio.

Tabriz si era subito voltato.

Un uomo, piuttosto vecchio, era sgusciato fra quell'ammasso di rose, tenendo in mano un cesto di vimini, di forma allungata, pieno già di fiori.

— Sei un illiato di Sagadska? — gli chiese il gigante.

— Sì, signore.

— Ci manda qui il tuo capo, che ci diede ospitalità ieri sera, per chiederti se hai visto passare dei cavalieri.