— Io ho dormito come un orso questa notte, — rispose il raccoglitore di rose, — ma te lo potranno dire i distillatori che non hanno spenti i fuochi ieri sera.

Vuoi seguirmi? Non sono che a pochi passi, dietro a quel macchione di platani: guarda, si scorge il fumo trapelare attraverso le foglie.

— Guidaci e avrai una manata di pouls[7].

— Vieni, signore, — rispose l'illiato, tutto lieto di ricevere una mancia.

Attraverso le fronde di quei giganteschi alberi, i tre cavalieri cominciavano infatti a scorgere colonne di fumo e bagliori prodotti da grandi fuochi brucianti sotto i lambicchi.

Ben presto giunsero in mezzo ad una spianata, dove una dozzina d'uomini, semi-nudi, anneriti dal fumo, madidi di sudore, con lunghe barbe ispide, s'affaccendavano intorno a sette od otto falò, sopra i quali bollivano immense caldaie di rame, piene di rose.

I distillatori turchestani e persiani, lavorano sul luogo ove le rose vengono raccolte, onde i fiori conservino tutto il loro profumo. Usano lambicchi affatto primitivi e caldaie della capacità di cento a centoventi litri.

I fiori, appena portati dai raccoglitori, vengono messi nell'apparecchio distillatore, nella quantità di nove a dieci chilogrammi, ai quali aggiungono in media cinque o sei volte il loro peso d'acqua.

Con questo sistema distillano non già l'essenza, bensì l'acqua di rose, la quale poi, per riuscire perfetta, ha bisogno di una nuova operazione o meglio d'una seconda distillazione.

Dopo la seconda bollitura, si vedono apparire piccoli globuli oleosi d'una tinta giallo-pallida. Il liquido rimasto si pone entro bottiglie dal collo lunghissimo, i globuli i quali costituiscono l'essenza e che si radunano alla superficie del recipiente, vengono raccolti mediante speciali cucchiai perforati.