— E lui ti dirà che te la cerchi tu, Talmà.
— È certo che vorrà approfittare dell'occasione per rinforzare il suo piccolo esercito, — disse Tabriz. — D'altronde non mi spiacerebbe menare le mani sui russi.
— Vedremo, — concluse Hossein.
Kitab era ormai in vista e si spiegava dinanzi agli occhi dei cavalieri, trovandosi quella città su un'altura, al pari di Schaar, la sua vicina, pure ribellatasi all'autorità dell'Emiro di Bukara.
Si vedevano distintamente le sue moschee dipinte in bianco, colle cupole dorate, i suoi ridotti, le sue mura merlate ed i suoi splendidi giardini, divisi in vasti quadrati e cinti da terrapieni altissimi per rinforzare le difese della città.
Tabriz e Hossein stavano per dar l'ordine di sferzare i cavalli, quando in lontananza si udirono alcune scariche di moschetteria e alcuni colpi di cannone.
— I russi! — esclamarono entrambi.
— Affrettiamoci o giungeremo troppo tardi, — disse Abei, spronando impetuosamente il cavallo. — Vedo delle nubi di polvere verso il settentrione: là vi è qualche corpo di cavalleria.
— Allentate le briglie: ventre a terra! — gridò Tabriz.
I cinquanta cavalli, eccitati dalle grida e dai colpi di piede dei cavalieri, partirono a corsa sfrenata, facendo rimbombare il suolo che non era più coperto d'erbe. Pareva che un vero uragano passasse.